2011 - La testa in bronzo

 

 

LA TESTA IN BRONZO

(Compendio antologico)

Nunc dimittis …

il mio testamento spirituale

Premessa e chiave di lettura
 

parte prima
 

ricordi sbiaditi nel tempo
 

parte seconda
 

mezzo secolo da pioniere, come psicologo
 

Parte terza
 

la vita, il suo fluire e il suo senso

 

In questo compendio sono riportati gli indici dei tre volumi e alcuni capitoli fra i più significativi.

Di essi, alcuni sono ancora da sviluppare.

Aggiornato al 16 marzo 2012

Sommario

Premessa
 

Il perché di questo libro

Il motivo dell'impostazione data

Chiave di lettura dello scritto

Parte prima - ricordi sbiaditi nel tempo
 

Il passare del tempo
 

Fuga dal mondo per restare nel mondo

Il distacco

Ritorno nel tempo

Riemergono le immagini infantili

La vita di campagna

La casa in cui vissi

Alla ricerca delle origini

La vita e le sue scelte

Un volontario esilio

Bisogno di tenerezza

Un andamento non voluto

Una presenza ingombrante

La fine di un incubo

Bisogno di tenerezza

Un andamento non voluto

Una presenza ingombrante

Un altro Giuseppe fra i tumulti popolari

Quell'epico 1820

1860, anno di sangue

Un calcio fatale

Tre ragazzi precocemente adulti

Ancora un Giuseppe, mio padre

Una vita non scelta

Il paese e la prima svolta nella vita

La fanciullezza con Gino, la sorella e nonna Carolina

Scelte di vita

Le strade, la scuola e un piccolo orizzonte

Uno scolaro timido e impacciato

Guerre lontane viste da un bambino

L'orizzonte si fa sempre più piccolo

Ancora la guerra, ma ora vicina

Il dopoguerra

Un adolescente inquieto

Orizzonti artificiali

La velleità di fare lo scienziato

Una finestra sul Parnaso

La montagna del “Purgatorio”

L'ossessione del tempo

La costruzione di orizzonti

Verso l'interiorità

Riemerge il mio orizzonte

Parte seconda - Mezzo secolo da pioniere, come psicologo
 

Il tempo dell'attesa

Alla ricerca di una “vocazione”

Sorgenti remote

Bisogno d'armonia

Rapporto con gli oggetti

Pressioni dall'esterno

L'interiorità e il processo di sintesi

L'inizio dell'interesse per la psicologia

Vita da straniero: Lovanio

Il rientro a Catania

Attività di docente

Studio Teologico San Paolo

Scuola di servizio sociale

Insegnamento in altre istituzioni

La psicologia a Catania negli anni '60

Ancora straniero: Vienna

Nuovamente a Catania

Ramingo alla ricerca di “sapere”

Il tempo che incalza

Verso una via autonoma: l'ISPASA

I primi passi

La concorrenza con i maghi

Alle prese con i diavoli

Il contributo delle telenovele

La definizione dei nostri interessi

La nuova sede.

La ristrutturazione

Il terrario

La sala d'attesa

A margine del lavoro

Le attività svolte presso l'ISPASA

1. Attività di studio e di ricerca.

Biblioteca specializzata.

Preparazione di tesi

Incontri interdisciplinari.

Ricerche psico-sociali.

Ricerche di psicodiagnostica.

Studio di fenomeni postipnotici

Apparecchiature scientifiche

2. L'orientamento verso i problemi familiari

L'origine della consulenza familiare in Italia

Indietro nella preistoria

La nascita dei consultori

La costituzione dell'UCIPEM

Primo Convegno UCIPEM a Catania

Le nostre esperienze al servizio degli altri

Corsi di educazione alla vita familiare

I consultori e la realtà locale

3. Formazione e aggiornamento

Corsi di formazione

Formazione in psicologia.

Formazione in psicoterapia.

Collaborazione con altre istituzioni

Contributi in campo scolastico

Corsi di aggiornamento per dirigenti scolastici

Corsi di aggiornamento per insegnanti

Interventi presso gli istituti professionali di stato

Esperienze dirette con gli alunni

Assistenza medico-psico-pedagogica

Contributi in campo religioso

Problemi connessi con l'educazione in Seminario

Conferenze per religiosi ed educatori

Conferenze

4. Interventi nel campo del lavoro

Formazione professionale

Orientamento scolastico

Selezione aziendale

Banca dati psico-attitudinale

5. Attività sociali

Centro socio – educativo Spazio Blu

Sportello al servizio dei bambini e delle famiglie

Assistenza ad altri enti

6. Prestazioni professionali rivolte a utenti privati

Il rimpianto del tempo
 

La via del declino

Elementi favorevoli all'ascesa

Lacuna da colmare

Collaborazione qualificata e disinteressata

Clima di entusiasmo

Fattori che hanno contribuito al declino

Afflusso caotico di studenti

Attivazione dei servizi pubblici

Difficoltà di gestione

Verso la decadenza

E ora?

Parte terza - La vita, il suo fluire e il suo senso
 

Il cammino del tempo

“Primo giorno e il tempo creato”

”Germogli la vita”

“Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza”

“Sarete simili a Dio”

L'uomo intuisce il divino

Il bene e il male, l'eterno dissidio

L'uomo chiede conto a Dio

La cultura mesopotamica

La cultura greca

Origine del male

Vie per il superamento

La tradizione ebraica

Dolore come punizione divina

La legge come mezzo di salvezza

Personificazione del male

Il periodo post-biblico: dalla Cabala allo Zim-zum

La tradizione cristiana

L'insegnamento di Gesù

Le elaborazioni teologiche

L'età contemporanea

La realtà e i suoi limiti

Esistenza dei limiti

Percezione dei limiti

Tonalità emotiva nella percezioni dei limiti

La sofferenza come percezione del limite

Il dolore fisico

Le malattie

Il disagio

Il male morale

Soggettività nelle reazioni alla sofferenza

Immaturità

Predisposizione all'ansia

Umore depressivo

La dialettica del male come spostamento del limite

Il sacro, la sacralizzazione e la ritualizzazione

Il sacro e l'organizzazione del sacro

Il sacro e l'industria del sacro

Il sacro e la strumentalizzazione del sacro

“Il Signore apparve ad Abramo”

Mosè il legislatore

Bisogno di regole certe: la Legge

Dalla Legge al legalismo

Giosuè il conquistatore

I profeti, la voce perenne di Dio

Cinque secoli di luce

Occidente e Medioriente all'inizio del primo secolo

Lo strapotere dell'impero romano

La cultura ellenica

L'influenza iranica sul pensiero occidentale

Le radici induiste

L'Iran, cerniera tra Mesopotamia e Valle dell'Indo

L'evoluzione verso il misticismo

Gli ebrei: saranno “un popolo senza nazione”

Israele alla riscoperta dell'identità offuscata

Le vicissitudini storiche

I Sadducei

I Farisei

Gli Zeloti

Gli Esseni

La comunità di Qumrān

Gli Scribi

Venne un uomo di nome Giovanni

“E il Verbo di Dio si fece carne”

“… se uno non nasce da acqua e da Spirito, …”

“Venite e vedete”

“Se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo …”

“Quando verrà lo Spirito di verità, …”

L'insegnamento di Gesù

“Amatevi come io ho amato voi”

Si inserisce nella tradizione ebraica

Amplia il concetto di prossimo

Supera i limiti familiari

Estende l'amore ai nemici

Fa dell'amore uno stile di vita e lo codifica nelle beatitudini

Propone l'amore come gioia di vita e fonte di pace

Come Gesù vede la legge

La legge, le motivazioni e gli orientamenti di vita

Motivazioni centrate sull'esterno

Nell'immaginario comune

Ad un approccio più approfondito

Nel pensiero di Gesù

Gesù si connette col principio fondante della legge

Sfronda la legge dalle sovrastrutture inutili

Vede la legge come ideale di vita

Vede la penitenza non come fine a se stessa

La preghiera, una finestra sull'infinito

Gesù non enfatizza il culto

Il culto nella tradizione ebraica

Il culto negli interventi dei profeti

Il culto ai tempi di Gesù

L'atteggiamento di Gesù verso il culto ufficiale

Preghiera come contatto con l'infinito

Invito alla preghiera come costante contatto con Dio

Modalità della preghiera

La preghiera insegnata da Gesù: il Padre nostro

Come Gesù vede l'uomo, se stesso e Dio

L'uomo

Il Figlio dell'uomo

Si presenta come rivestito d'autorità

Precisa il senso della sua missione

Deve soffrire, patire, morire

Verrà nella gloria come giudice

Si identifica con Dio

La rappresentazione di Dio

Sviluppo o omologazione?

L'emostasi, legge della vita

La costanza e l'organizzazione percettiva

La rielaborazione dei ricordi

La formazione delle ideologie e l'adesione alla fede

Le deformazioni, fenomeno umano … e anche mio!

Omeostasi e istituzioni

La tradizione cristiana

L'impatto del cristianesimo nel mondo greco-romano

L'immoralità dilagante

Superstizioni consolidate

Strutture filosofiche

Il medioevo

Il rinascimento

L'età moderna

L'età contemporanea

Il tempo e la vita

Alla riscoperta della luce

Visione del mondo con occhi smagati

Senso della vita

Verso quale epilogo?

 

 

Premessa
 

(chiave di lettura e piano dell'opera)

Il perché di questo libro
 

Era la fine dello scorso millennio.

Completata la stesura del volume in cui commemoravo la figura di Salvatore Franco, un mio mito giovanile, nella postfazione scrissi:

Avevo un debito da saldare verso la mia adolescenza:

ho tentato di farlo e sono ora giunto al termine.

Me ne resta un altro … verso la vita.

Riprendo alacremente il lavoro

per saldare anche questo, prima che sia troppo tardi.

Tante cose ho da dire,

se il tempo benevolo me ne darà il modo,

prima di pronunciare sereno il mio:

Nunc dimittis.

È passato oltre un decennio, molte cose sono frattanto cambiate ed eccomi al nuovo appuntamento.

Avvicinandomi alla conclusione del mio transito terrestre, vorrei fissare alcune riflessioni sul senso della vita; le ho maturate nel corso della mia esistenza ed ora sento il bisogno di condividerle con chi, come me, vuole allargare l'orizzonte ponendosi il problema delle sue origini, del suo destino e del rapporto con l'Essere Supremo.

Ogni anziano che muore è una biblioteca che brucia, è stato detto.

Prima che questa biblioteca si dissolva e le sue ceneri siano disperse dal vento, voglio lasciare una traccia più ordinata e affidarla ai pochi amici, con la speranza di proporre un qualche spunto di riflessione e nello stesso tempo di prolungare in loro, per qualche anno ancora, il mio ricordo.

L'ho fatto nel corso della vita trasmettendo il mio pensiero, per quanto ho potuto, ai miei numerosi allievi e a quanti hanno partecipato agli incontri tenuti nelle sedi più disparate. Le idee che ora espongo hanno anche contribuito a rendere più sereni molti dei circa diecimila pazienti che si sono susseguiti nel mio studio, in oltre mezzo secolo d'attività professionale.

Pochi di loro attribuiranno a me la paternità di tanti concetti trasmessi, ma questo non ha molta importanza; d'altronde anch'io stento a ricordare da chi ho recepito tante idee, fra coloro che mi hanno preceduto e fra i miei compagni di cammino.

Ciò che veramente conta è il tentativo di portare un qualche contributo, sia pure minuscolo, per rendere migliori e più sereni i nostri simili; essi, a loro volta, potranno trasmettere quanto ricevuto e il nostro sforzo, come la nostra vita, avrà acquistato un senso nella costruzione di un mondo migliore, il regno dei cieli.

Proprio questo è stato il mio assillo di sempre e forse con questo libro ho voluto anche esorcizzare un pensiero che mi martella ossessivamente, sintetizzato nel mesto rimpianto del Petrarca:

Padre del ciel, dopo i perduti giorni,

dopo le notti vaneggiando spese,

Il motivo dell'impostazione data
 

Per comprendere l'impostazione che ho voluto dare a questo libro, penso sia utile spendere qualche parola sui meccanismi psicologici della conoscenza.

È illusorio continuare ad enfatizzare l'ampiezza e il valore assoluto delle nostre capacità conoscitive e logiche.

Da sempre si è parlato di limiti della nostra conoscenza, ma si è trattato di un luogo comune, di fatto spesso ignorato; oggi possiamo sintetizzare questi limiti in tre serie di fattori:

  1. La struttura biologica, comune a tutta la specie umana.

  2. La struttura socio-ambientale, comune alle singole società nei vari momenti storici.

  3. La struttura psicologica individuale, propria di ciascuno di noi, nella quale confluiscono quanto c'è stato tramandato e le nostre esperienze personali.

1. Struttura biologica.

Il nostro modo di conoscere è basato sui dati sensoriali e sulle elaborazioni del nostro sistema nervoso centrale; è quindi condizionato dalle loro rispettive conformazioni.

I dati sensoriali sono la traduzione di piccole gamme fra alcuni eventi fisici che accadono fuori di noi; sarebbe bastato un apparato sensoriale diverso perché il mondo circostante ci apparisse completamente differente.

L'elaborazione da parte del nostro sistema nervoso cen­trale (il cervello, per intenderci) contribuisce a dare una mag­giore stabilità alle sensazioni, ad assicurare una certa continuità al mondo percepito e ad operare delle generalizzazioni, ma è anch'essa condizionata dai dati sensoriali che le pervengono.

L'insieme della struttura biologica che determina la nostra conoscenza è programmata geneticamente in funzione dell'a-dattamento all'ambiente in cui viviamo, anche se spesso pretendiamo di regolamentare con la nostra logica eventi che ci trascendono. Quanto esula dalla nostra quotidianità può essere solo ipotizzato, ma nessuno garantisce che le nostre ipotesi, anche se paludate dall'appellativo di teorie scientifiche, siano del tutto rispondenti alla realtà.

L'evoluzione degli studi delle scienze fisiche costituisce un esempio illuminante; concetti che nella fisica classica erano considerati assiomi indiscutibili, come la distinzione tra materia ed energia o la costanza e rigidità delle coordinate spazio-temporali, nell'ultimo secolo sono stati superati.

Ciò non significa che la fisica classica abbia perduto il suo valore; nella quotidianità continueremo ad utilizzare le sue scoperte pur non assolutizzandone i parametri di riferimento e prendendo atto che esistono modelli interpretativi diversi, ai quali far appello in determinate circostanze.

A maggior ragione non possiamo considerare verità assolute i modi coi quali tradizionalmente ci siamo rappresentate realtà che ci trascendono e che possiamo solo vedere come in uno specchio e in modo confuso (di' ™sÒptrou ™n a„n…gmati), come ci avverte Paolo di Tarso.

Possiamo intuire ciò che trascende la nostra percezione a partire dai dati di cui disponiamo e dalle nostre esperienze di vita, pur sapendo che questi dati e le elaborazioni conseguenti non necessariamente riflettono la realtà oggettiva.

A volte, fra i credenti, si fa appello alla rivelazione ma si dimentica che, anche a prescindere dal senso che si vuol dare a questo concetto e dalle modalità con le quali essa avvenga, il contenuto può essere trasmesso solo attraverso immagini e concetti adattati alla nostra logica, alle nostre modalità di conoscenza ed alle condizioni socio-culturali in cui, di fatto, interviene.

Se dovessimo prendere alla lettera le espressioni dei Libri sacri, dovremmo ancora pensare che la pioggia scende di volta in volta per un diretto intervento divino. In caso di siccità, continueremmo a recitare l'orazione ad petendam pluviam, nella speranza che Dio, impietosito dalle nostre accorate richieste, vada ad aprire una qualche cataratta del cielo per mandare la sospirata pioggia sul nostro orticello dove coltiviamo l'insalata e non nella vigna del vicino dove potrebbe compromettere la vendemmia. Certo, potrebbe essere anche comodo, perché ci risparmierebbe la fatica di costruire un impianto per l'irrigazione; nello stesso tempo ci dissuaderebbe dal progettare dighe per prevenire un'alluvione, poiché boicotterebbero la vendetta di Dio che intende mandare le catastrofi per punire le malvagità degli uomini!

Tutto questo oggi ci appare ridicolo e ammettiamo – obtorto collo – che tante espressioni non debbano essere prese alla lettera; tuttavia, preferiamo limitarci a spostare la frontiera dell'interpretazione, per il minimo indispensabile, solo quando siamo costretti dall'evidenza; non osiamo coraggiosamente abbatterla per ampliare il parametro di riferimento.

I casi di Galileo, Darwin, Freud e tanti altri dovrebbero insegnarci qualcosa!

Potremmo oggi chiederci se abbia senso il tentativo passato di disquisire sull'essenza divina, trasformando in verità ontologiche espressioni usate nel contesto di esortazioni miranti a rendere migliore il rapporto dell'uomo con la Divinità e coi suoi simili.

Perché i concetti fossero comprensibili, era indispensabile esprimerli con termini presi dal linguaggio corrente in quel periodo storico, ma è legittimo sacralizzare quel linguaggio e attribuire a quelle espressioni un valore assoluto, come rivelatrici di verità che ci trascendono? Affermazioni come queste sono state viste nel passato con sospetto, come in odore di eresia, se non proprio condannate come eretiche, ma penso sia legittimo soffermarsi un po' a riflettere.

2. Contesto socio-ambientale.

Quando l'oggetto della conoscenza diventa più complesso abbiamo bisogno di far riferimento alle sintesi operate da chi ci ha preceduto, dall'ambiente in cui viviamo e dai modelli d'organizzazione sociale a noi familiari.

Per poter capire e comunicare abbiamo bisogno di parole ed immagini, ma spesso perdiamo di vista che quelle parole sono semplicemente un modo convenzionale di comunicare, del tutto inadeguato quando l'oggetto trascende la nostra esperienza diretta e, in ogni caso, legate alla situazione culturale del momento; col mutare delle condizioni sociali e culturali si rende necessario un adeguamento del linguaggio.

A questo proposito mi sembra opportuno ricordare l'esortazione del Papa Giovanni XXIII in occasione del Concilio Vaticano II:

Altro è il deposito o verità della fede, altro è il modo con cui esse vengono enunziate, rimanendo pur sempre lo stesso il significato e il senso profondo.

Questa esortazione è stata citata nella costituzione pastorale Gaudium et spes (1965) dello stesso Concilio Vaticano II (§ 62,2); essa invita i teologi a cercare sempre il modo più idoneo per comunicare la dottrina ai loro contemporanei:

Nella cura pastorale si conoscano sufficientemente e si faccia buon uso […] anche delle scoperte delle scienze profane, in primo luogo della psicologia e della sociologia, cosicché anche i fedeli siano condotti ad una più pura e più matura vita di fede.

3. Realtà individuale.

La conoscenza è data dall'interazione tra il soggetto conoscente e l'oggetto da conoscere; col variare della struttura mentale del soggetto conoscente, varia l'elaborazione e la rappresentazione dell'oggetto conosciuto.

Quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur

(tutto quello che si recepisce è recepito secondo il modo di essere di chi lo recepisce),

ci avverte Tommaso D'Aquino (Summa Theologica Pars 1a Quaestio 75 A. 5), rifacendosi a un concetto aristotelico.

Seguendo una prassi consolidata in quel tempo, egli parla della capacità dell'intelletto umano in astratto; le differenze individuali non erano prese in considerazione se non come devianze da correggere.

Bisognerà arrivare alla seconda metà del diciannovesimo secolo per vedere prese in considerazione e valorizzate le differenze individuali, inizialmente nel campo percettivo, poi gradualmente in tutto l'apparato psichico.

Maggiore è l'indeterminazione dell'oggetto, più marcata è l'influenza della struttura mentale di chi deve rappresentarselo.

Nessuno vedendo un cane dirà che si tratta di una sedia, ma se si guarda una nuvola, persone diverse potrebbero vedere la somiglianza con gli oggetti più disparati.

Le differenze diventano più marcate quando la conoscenza riguarda realtà che superano la nostra esperienza sensibile.

La rappresentazione è strettamente individuale e dipende dalle nostre esperienze di vita e dal modo con cui sono stati filtrati da noi gli elementi messi a disposizione dall'ambiente.

I ricordi e la percezione di sé caratterizzano, più o meno coscientemente, la nostra storia e il nostro modo di percepire la realtà che ci circonda; condizionano, di conseguenza, le costruzioni teoriche in base ad esse formulate.

Ne è prova la considerazione che a partire dalle stesse realtà (e per i credenti dagli stessi dati della rivelazione) filosofi e teologi elaborano sistemi rappresentativi profondamente differenti.

Chi legge, il fruitore di queste elaborazioni, è portato alla condivisione o meno di uno di questi sistemi secondo le proprie disposizioni interiori.

L'incidenza della struttura psicologica individuale sul-l'adesione ad un determinato modello si fa ancora più marcata quando si toccano elementi d'ordine emotivo o se l'eventuale assenso implica radicali scelte di vita, come nel campo religioso.

Le disposizioni interiori di cui si parla, hanno spesso radici profonde, inaccessibili alla nostra introspezione e non sempre comprensibili attraverso la nostra comune logica.

Sedimentazioni inconsce potrebbero spingere ciecamente a determinate scelte e alla tanto decantata ragione non spetta altro che il compito di elaborare giustificazioni plausibili a scelte che non le appartengono.

Questo non significa che non esista una libertà; il discorso verte sui suoi limiti, certamente diversi da quelli che solitamente noi le attribuiamo.

L'accettazione profonda di un particolare sistema è determinata dalla sintonia che il sistema proposto trova nel singolo individuo: è recepito in modo autentico se dà corpo a quanto, in modo latente e confuso, si sentiva o se viene a colmare profondi bisogni esistenziali.

A volte non si realizza una sintonia tra il modello interpretativo proposto e le proprie esigenze; in tal caso, la verità trasmessa potrebbe essere rifiutata o accettata in modo superficiale e superstizioso o vissuta nevroticamente, per sedare uno stato d'angoscia o per soddisfare un bisogno infantile o ancora per sentirsi nel giusto.

Un messaggio presentato, ad esempio, con un linguaggio tradizionale e non più pregnante come lo era un tempo, potrebbe non trovare oggi risonanza, se non in una cerchia ristretta di persone. Potremmo essere soddisfatti del piccolo gruppo, delle piccole comunità ben integrate con le nostre proposte, ma di tutti gli altri - e sono la stragrande maggioranza - chi si prende cura? Per questo motivo, buonsenso vorrebbe che si propongano modelli flessibili; a ciascuno, poi, il diritto di rappresentarsi le stesse realtà oggettive nel modo a lui più confacente, di costruirsi un proprio modello del trascendente e non l'obbligo di stendersi su un letto di Procuste.

Possiamo prendere in prestito, più o meno convinti, i modelli proposti, possiamo essere indotti a farlo con la minaccia di pene eterne se ci mostriamo reticenti, ma se quanto ci è presentato, sia pure in modo autorevole e credibile, non trova una risonanza intima dentro di noi, anche se accettato, resterà dentro come un corpo estraneo, con una crisi di rigetto sempre in agguato.

Chiave di lettura dello scritto

Coerentemente con quanto detto fin qui, volendo esporre una mia visione della vita, per onestà intellettuale, sento il dovere di presentarmi come sono, parlando, sotto forma di racconto, di me, delle mie origini e delle mie esperienze di vita, degli stati d'animo che si sono susseguiti. In altri termini, ho voluto dire che se io penso quanto sto scrivendo, se mi sono costruito un certo modello del trascendente, è perché sono questo, con questa mia storia e con questi miei vissuti.

A livello redazionale, ho preferito dividere il libro in tre volumi, con una loro autonomia, tenendo conto che, fra la mezza dozzina di lettori, l'interesse potrebbe essere circoscritto ad una o all'altra delle parti.

La prima di queste parti (Ricordi sbiaditi nel tempo) inizia con la descrizione di una immaginaria crisi esistenziale e di un fantasioso progetto di suicidio come superamento della crisi; si tratta della drammatizzazione del bisogno di sopravvivenza e di dare un senso alla vita, concetto poi ripreso nella conclusione della terza parte. Nel tragitto immaginato per l'attuazione del progetto, nell'arco di una notte (tra il 26 e il 27 ottobre del 1999), ripercorro le prime tappe della mia vita:

  • Un'ipotetica ricostruzione della storia dei miei antenati, a partire dai pochi dati su di loro di cui dispongo e dai più copiosi documenti storici sui periodi in cui sono vissuti.

  • L'infanzia serena trascorsa in campagna, fin dai primi giorni di vita.

  • Il passaggio all'età scolare e alla vita di paese, scandito dal lugubre rintocco di una campana che annunzia l'agonia di un morente.

  • L'indottrinamento subito secondo modelli a me non congeniali.

  • Nel capitolo conclusivo parlo della riscoperta della gioia, a Roma alla vista di un tramonto e dell'orientamento verso un nuovo genere di studi; introduco, in fine, la seconda parte.

Nella seconda parte (Mezzo secolo da pioniere, come psicologo) continuo il racconto parlando dell'interesse maturato per la psicologia, quando questo tipo d'attività era ancora allo stato embrionale e nebuloso:

  • L'influenza delle esperienze infantili e dell'adolescenza nella scelta dell'attività lavorativa.

  • La formazione all'estero, scarseggiando punti di riferimento specifici in Italia.

  • L'attività didattica svolta allo Studio Teologico San Paolo di Catania (aggregato alla Facoltà Teologica di Sicilia) e in varie altre istituzioni.

  • L'inizio dell'attività professionale, in concomitanza con la storia tormentata della definizione della professione dello psicologo, in un tempo in cui questa figura era ancora da inventare.

  • La fondazione e la direzione per quarantacinque anni dell'ISPASA, organizzazione che ha costituito un punto di riferimento per la prima generazione di psicologi della Sicilia Orientale e che è stata sede delle prime attività d'avanguardia nel campo della psicologia applicata e della consulenza familiare.

  • Nel capitolo finale rifletto sulla fine dell'attività in seno all'ISPASA e nello stesso tempo accenno a considerazioni che costituiscono la premessa per la terza parte.

Nella terza parte (La vita, il suo fluire e il suo senso) ripercorro la storia dell'umanità nel rapporto col divino, ponendomi da un'angolatura diversa da quella tradizionale: tenendo d'occhio i suggerimenti del concilio Vaticano II, utilizzo le attuali conoscenza della psicologia, per tentare di tradurre, con parole più comprensibili, pregnanti e coinvolgenti - per me e suppongo per l'uomo di oggi - ciò che non ha parole.

Nello stresso tempo vorrei proporre alcuni spunti di riflessione, senza alcuna pretesa che tutti condividano i miei punti di vista.

Si tratta quindi di una chiave di lettura d'ordine psicologico, non teologico, per il quale non ho alcuna competenza:

  • La nascita e l'evoluzione del pensiero religioso.

  • La tradizione ebraica e il messaggio cristiano.

  • Il peccato originale visto, più che come una trasgressione, come un'incapacità dell'uomo ad inserirsi nel piano della vita, dove il bene della specie è prioritario rispetto a quello individuale.

  • La legge morale come mezzo per arginare comportamenti devianti, sia pure col rischio di scivolare nel legalismo: bisogno individuale di sentirsi giusti, a volte svisando la vera finalità, costituita dal bene comune.

  • La redenzione vista come spinta al ristabilimento dell'ordine, attraverso il modello di vita e il messaggio di Gesù: Amatevi come io ho amato voi.

  • L'Eucaristia come introiezione di questo modello e di questo messaggio e nello stesso tempo come momento conviviale in cui si attua l'ideale proposto dal Cristo.

  • L'azione dello Spirito Santo come ascolto delle ispirazioni che vengono dal proprio intimo, quando si è assimilato questo modello e questo messaggio, fino a farlo diventare parte costitutiva della propria esistenza.

  • La Trinità vista come: Dio Padre trascendente e inconoscibile, che si manifesta a noi attraverso il Figlio e agisce dentro di noi, con l'azione dello Spirito Santo.

  • Le linee direttrici dell'insegnamento di Gesù e la loro elaborazione nella tradizione cristiana.

  • Nel capitolo finale – Verso quale epilogo? – è ripreso in tema posto all'inizio del primo volume, sul senso della vita.

Insisto nel dire che intendo solo esporre un mio modo di rappresentare realtà che ci trascendono, coerente col mio modo di essere e con un linguaggio a me più congeniale; è la risultante dalla mia storia personale, come da me percepita e descritta nella prima e nella seconda parte di questo lavoro.

A questo proposito, ripenso a quanto espresso da Pierre Teilhard de Chardin all'inizio della sua opera L'ambiente divino. Saggio di vita interiore. (1927):

Questo libro non si rivolge a quei cristiani solidamente installati nella loro fede, che nulla hanno da imparare da quanto esso contiene. È scritto per gli incerti che troviamo nel seno o fuori della Chiesa, cioè per coloro che, anziché aderire pienamente ad Essa, la costeggiano o se ne allontanano.

Quasi un secolo è trascorso da allora e molti eventi si sono susseguiti.

Dittature, guerre, genocidi programmati con crudele freddezza; poi la lenta ricostruzione, pur persistendo focolai di tensione e di odio.

Nella Chiesa, il concilio Vaticano II ha dato l'avvio a pazienti ricerche, appassionate discussioni e coraggiosi interventi da parte di teologi cristiani nelle varie parti del mondo.

Punti di vista sono profondamente cambiati, tanto che l'eminente teologo cattolico W. Kasper (in Fede e storia, pag. 109), facendo propria un'affermazione del vescovo anglicano Robinson, coraggiosamente può scrivere

che oggi possiamo essere cristiani solo post mortem Dei, dopo la morte di Dio; non abbiamo alcun motivo di difendere ciò che l'ateismo nega come Dio; non si tratta infatti del Dio cristiano, ma di un idolo.

Eppure, questa ventata di nuove proposte, non sembra aver trovato riscontro nella risposta dei fedeli; molti, ancorati nelle vecchie concezioni, hanno spesso preferito ignorare anche gli insegnamenti del concilio.

Da parte mia, da semplice cristiano, vorrei tentare di leggere i segni dei tempi, cogliere le intuizioni che emergono nelle varie parti del mondo e tentare di rilanciarle.

Teilhard de Chardin non intendeva rivolgersi a quei cristiani solidamente installati nella loro fede; io vorrei aggiungere che non ho certo la pretesa di essere preso in considerazione da coloro che si atteggiano a depositari della verità e con sacro furore difendono le proprie concezioni reputandole la sola ortodossia.

Intendo semplicemente rivolgermi a chi, come me, rimane perplesso di fronte a visioni più o meno burocratiche della religiosità e a chi, a differenza di me, preferisce eludere il problema ripiegando su una adesione formale o lo superficializza slittando verso forme di apatia o di agnosticismo.

La mia non intende essere una voce di dissenso; vuole costituire un tentativo di tradurre con un linguaggio mutuato dalla psicologia, alcuni concetti che la tradizione religiosa ha elaborato nel corso dei secoli.

Nell'esprimere il mio pensiero mi sento incoraggiato da quanto, all'epoca del Concilio, il card. Franz Koenig diceva rivolto alla sua arcidiocesi di Vienna:

Quando avete qualcosa da dire rispetto alla Chiesa non aspettate il vescovo. Non aspettate una parola da Roma. Parlate quando pensate di doverlo fare, fate pressioni quando dovete farle. Tutte le volte che ne avete occasione informate il mondo e i cattolici. Inoltre dite anche tutto quello che il popolo e i fedeli si aspettano dalla Chiesa.

In tal modo, questo processo che è nato nella speranza, non cadrà nella disillusione, ma avrà una realizzazione magnifica.

Quanto ora scrivo vuol essere il mio testamento spirituale e penso che l'evoluzione futura del pensiero si proietterà in questa direzione.

Questa considerazione mi riporta a quanto espresso nella postfazione del mio libro già citato, riflessione che sento, con mestizia più profonda, ancora mia:

Ho inseguito costantemente un sogno, un'utopia anacronistica, nella speranza che il tempo scorresse col mio ritmo; ma l'evoluzione del contesto sociale ha una sua inerzia che non può essere forzata ed io mi trovo costretto a fermarmi sul margine ad attendere … tempi che forse non vedrò mai.